I 21 parametri che certificano il livello di rischio regionale

I 21 parametri che certificano il livello di rischio regionale

I 21 parametri che certificano il livello di rischio regionale 1920 1080 Vincenzo Maurizio Santangelo

Nelle ultime settimane, i contagi da Covid-19 sono saliti esponenzialmente. In Italia al momento ci sono 472.348 persone positive, 23.256 ricoverate con sintomi e 2.391 in terapia intensiva.

Il Governo ha deciso di intervenire con chiusure mirate a diversi livelli per prevenire il rischio che le Asl non riescano ad assistere adeguatamente le persone che si ammalano, e quindi una maggiore difficoltà nel tracciamento dei contatti. In questo modo il virus potrebbe circolare incontrollato, gli ospedali andrebbero sotto pressione e l’aumento delle terapie intensive metterebbe a rischio il sistema.

Sono stati fissati dei criteri di monitoraggio in base a quelli il ministero della Salute può emanare delle ordinanze che stabiliscono la situazione delle regioni.

L’ordinanza firmata dal Ministro Speranza divide l’Italia in tre zone. Della zona gialla fanno parte Toscana, Lazio, Liguria, Campania, Sardegna, Abruzzo, Molise, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Basilicata, Veneto, Trentino-Alto Adige e Umbria. Della zona arancione: Puglia e Sicilia. Della zona rossa: Lombardia, Piemonte, Calabria e Valle D’Aosta.

Ma quali sono i criteri che portano a queste scelte?

Il monitoraggio viene fatto dai tecnici seguendo 21 indicatori suddivisi in tre aree:
– indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio.
– indicatori di processo sulla capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti.
– indicatori di risultato relativi a stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari.

Indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio:

1. Numero di casi sintomatici;
2. Numero di casi ricoverati;
3. Numero di casi in terapia intensiva;
4. Numero di casi in isolamento domiciliare;
5. Numero di checklist somministrate settimanalmente a strutture residenziali sociosanitarie;
6. Numero di strutture residenziali sociosanitarie rispondenti alla checklist settimanalmente con almeno una criticità riscontrata;

Indicatori di processo sulla capacità di accertamento diagnostico, indagine e di gestione dei contatti:

7. Percentuale di tamponi positivi;
8. Tempo tra data inizio sintomi e data diagnosi;
9. Tempo tra data inizio sintomi e data di isolamento;
10. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate al contact tracing;
11. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate al prelievo e al monitoraggio di contatti stretti e delle persone in isolamento;
12. Numero di casi confermati di infezione nella regione per cui sia stata effettuata una regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti/totale di nuovi casi di infezione confermati;

Indicatori di risultato relativi a stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari:

13. Numero di casi riportati alla Protezione civile negli ultimi 14 giorni;
14. Rt;
15. Numero di casi riportati alla sorveglianza sentinella Covid-Net per settimana;
16. Numero di casi per data diagnosi e per data inizio sintomi riportati alla sorveglianza integrata Covid-19 per giorno;
17. Numero di focolai di trasmissione;
18. Numero di nuovi casi di infezione confermata, non associati a catene di trasmissioni note;
19. Numero di accessi al pronto soccorso con sintomi riconducibili al Covid;
20. Tasso di occupazione dei posti letto totali di terapia intensiva per pazienti Covid;
21. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti Covid.

Tutti questi indicatori, insieme, permettono di avere una panoramica tecnica su quanto sta avvenendo nel nostro Paese.
Sono dati oggettivi, non sono scelte arbitrarie prese per simpatia o antipatia. Sono parametri che servono a tutelare la salute dei cittadini che sono contenuti in un decreto ministeriale di fine aprile scorso: sei mesi fa. Un decreto di cui i governatori regionali sono perfettamente a conoscenza. Perché sono le Regioni stesse a comunicare i dati al governo centrale. Gli stessi governatori che non si sono voluti assumere responsabilità e ora si lamentano delle chiusure.

Invece di attaccare il governo le Regioni dovrebbero spiegare cosa hanno fatto in questi mesi per potenziare il sistema sanitario regionale grazie ai fondi stanziati dallo Stato e a potenziare il trasporto pubblico locale in vista della prevista seconda ondata di contagi.

L’Italia andrà più veloce nella lotta al Covid-19 se ognuno adotterà la marcia migliore in base alla propria situazione.

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